Verità per Giulio Regeni

CUTRO, IL PAESE DELLA CRETA

di Paolo Bonacini, giornalista

Kyterion è il nome dell’operazione antimafia contemporanea ad Aemilia, coordinata della Direzione Distrettuale di Catanzaro, che ha portato alle sentenze definitive del giugno 2019. Tra gli altri sono stati condannati all’ergastolo Nicolino ed Ernesto Grande Aracri per l’uccisione del boss storico Antonio Dragone, avvenuta nel 2004. L’inchiesta l’hanno chiamata Kyterion perché quella è l’antica denominazione greca del luogo in cui dettava legge la ‘ndrangheta: Cutro.

Il paese conta oggi poco più di 10mila abitanti ma si fregia anche del titolo di città. Anzi, di “Città degli scacchi”, da quando lo decise nel 1575 il più grande re che abbia mai calpestato le terre d’Europa: Filippo II di Spagna. Era il premio richiesto, a futura memoria, dal cutrese Leonardo di Bona che aveva sconfitto il campione spagnolo Ruy Lopez in una mitica sfida nel palazzo reale dell’Escorial a Madrid.

Kyterion in greco significa “Paese della creta”. Ce lo ricorda il prefetto di Crotone Tiziana Tombesi, nelle prime pagine della relazione inviata al Ministro dell’Interno il 16 luglio scorso. Relazione  che ha determinato poche settimane fa il commissariamento del Comune per la sua “permeabilità ad infiltrazioni mafiose” sufficiente a compromettere  “il buon andamento e l’imparzialità  dell’azione amministrativa e di governo”.

Aggiornato ai giorni nostri il “Paese della creta” potrebbe meglio essere definito il “Paese del mattone”. Il prefetto Tombesi ci fa notare che in una comunità di 10.321 cittadini le abitazioni sono 13.945, con una media di 3,34 per famiglia. È un numero eccezionale se pensiamo che a Reggio Emilia, dove si è costruito a man bassa per decenni, il rapporto è di 1,4 abitazioni a famiglia: meno della metà di Cutro.

Perché ci sono così tante case in un paese soggetto, dagli anni ‘60 alla recessione del 2008, ad un macroscopico flusso migratorio delle sue genti verso il nord?

È una domanda che ci avvicina al perché del commissariamento e le risposte stanno nella storia di Cutro, nelle dinamiche sociali, economiche e culturali che hanno segnato l’intera area del Marchesato (ne fanno parte anche Crotone, San Mauro, Isola, Scandale, Botricello…) dal dopoguerra ad oggi. Stanno nel vissuto di un popolo che prima del 1950 e della Riforma Agraria ha condiviso l’odissea della povertà nelle sterminate aree dei grandi latifondisti: una “plebe” di contadini e braccianti la cui vita era nelle mani di pochi “fattori” i quali a loro volta trattavano la “merce umana” per conto dei ricchissimi padroni. Chiamiamolo pure “caporalato”, che solo i movimenti contadini e le battaglie sindacali nati dall’eco delle lotte operaie nelle grandi città del nord, a partire dal 1947/48, riescono a calmierare. Questa storia ce la racconta al meglio l’ex parroco di Vezzano (RE) don Pietro Pattacini, scomparso nel 2018, che per una vita ha insegnato religione e sociologia a studenti delle Superiori e dell’Università. Il suo libro “La comunità di Cutro a Reggio Emilia” raccoglie interviste che lo aiutano a ricostruire 60 anni di storia con il rigore del sociologo e la felice capacità di sintesi del fotografo che scatta istantanee.

“In quell’esistenza da miserabili” dice uno degli intervistati cutresi “l’unica cosa che rimaneva era l’onore. I vecchi a Cutro non si basavano sulla società, non sapevano chi fosse il Presidente della Repubblica o chi amministrasse il Comune. Vivevano esclusivamente nella famiglia e lottavano per la sua sopravvivenza, disponibili a commettere qualunque reato per dare da mangiare ai figli. Non sapevano che c’era la legge che glielo proibiva: la legge se la facevano loro!”

È per questo che diversi storici e studiosi negano l’esistenza della mafia a Cutro prima degli anni ‘60: perché il sangue che scorreva (e ne scorreva tanto) era attribuito a faide familiari legate all’onore e alla vendetta personale. “Io uccido te” racconta ancora l’intervistato “uno dei tuoi figli uccide mio figlio, e via di seguito”. La stessa trama che il collaboratore di giustizia Antonio Valerio ha riempito di nomi e cognomi nei verbali di Aemilia, parlando invece di ‘ndrangheta e svelando la più semplice delle verità: non c’è soluzione di continuità, e per chi muore conta poco se il fucile aveva il calibro della vendetta personale o del 416 bis. Forse anche per chi uccide.

Poi avviene una svolta decisiva: la modernizzazione che porta la TV nelle case e racconta il progresso industriale delle regioni e dei paesi del nord. Inizia il processo migratorio verso la Germania  di capifamiglia e giovani già fidanzati, che sperano di raccogliere là i soldi necessari a costruirsi una casetta. È la casa il vero sogno, perché “prima, quando uno si sposava, avendo tutta la famiglia solo due stanze dove vivere, succedeva che il figlio appena sposato pretendeva una stanza per sé e tutti gli altri dovevano vivere stretti nella seconda”. Nel giro di tre o quattro anni, racconta Pattacini, l’emigrazione dal Marchesato verso la Germania ha acquisito dimensioni notevolissime. Il lavoro nelle fabbriche del nord era ripetitivo ma senza particolari fatiche se raffrontato con la vita grama del contadino di Cutro: “Ma questi sono pazzi!… (gli imprenditori del nord). A Cutro buttavo il sangue e mi davano 600 lire, qua non faccio quasi niente e mi danno tutti questi soldi!”

In poco tempo il fenomeno migratorio cutrese verso la Germania prende le caratteristiche di una vera e propria emigrazione di massa di persone capaci di un risparmio “feroce” nelle esigenze personali, per riportare i soldi al paese ed aprire un conto in banca. Nasce così il primo “boom edilizio a Cutro tra il 1960 e il 1970, perché il problema della casa che prima era drammatico ora è affrontabile per costruire il luogo “fondamentale alla formazione e alla sussistenza della famiglia cutrese”.

La seconda ondata migratoria ha caratteristiche notevolmente diverse: a partire ora sono i giovani “non fidanzati”, che vogliono guadagnare ma anche “spendere e divertirsi”, che tornano a Cutro in aereo e girano “a Natale e a Ferragosto con auto che la più piccola è una Giulia”, anche se poi al nord vivono in baracche, sporchi e soli. “L’esplosione edilizia è il primo effetto della emigrazione, che in dieci anni ha fatto raddoppiare Cutro”, e la richiesta di manodopera nel settore trasforma i contadini in muratori, intonacatori, carpentieri, con pochi veri esperti che si trovano “come d’incanto a fare da maestri ad una miriade di ragazzi”. E la giostra gira abbassando l’età: il maestro muratore dopo pochi anni ha solo 18 anni, “i discepoli a volte neppure 14”.

Si arriva così agli anni Settanta nei quali a Reggio Emilia fotografiamo i giovani cutresi minorenni al bar di via della Croce Bianca, sotto al Municipio, in attesa dei caporali che li smisteranno nei cantieri. Perché Reggio, assieme a Torino e Milano, è una delle città del nord alternative alla Germania, più vicina ed egualmente illuminata di modernità e ricchezza.

“A metà degli anni Settanta inizia la migrazione dei nuclei familiari, che si espande moltissimo negli anni ’80 e ’90”.  Perché la famiglia spezzata in due, con moglie e figli lontani, non è una vera famiglia: “Per quindici anni ho lavorato come un matto per costruirmi una casa a Cutro. Ma una volta costruita con tutte le comodità non puoi abitarla perché là non c’è lavoro. È stata dura rientrare giù a Natale o ad agosto per le ferie, prendere in braccio il tuo bambino e quello si mette a piangere perché non ti riconosce… Tuo figlio che non ti conosce! Allora ho deciso di portare su tutta la famiglia e di lasciare la casa a Cutro disabitata”.

Si lavora al nord dunque, si piantano radici più stabili assieme a tutta la famiglia, ma si continua a reinvestire i guadagni al sud, per costruire la casa dei sogni con i profumi dello Ionio nel giardino, perché “prima o poi torneremo” e là dovremo dimostrare di avere vinto, di avere raggiunto il successo. È la storia che ci raccontano le riprese in Vhs di Erminio Bertoli, il fondatore un po’ pazzo del museo di Peppone e don Camillo a Brescello, quando scende a Cutro negli anni ‘80 invitato dagli amici delle famiglie Grande Aracri e Camposano che da tempo vivono sulle rive del Po. Lo ospitano nelle ville abusive costruite a Capo Colonna, gli mostrano i cavalli purosangue dei loro maneggi, gli sbandierano la ricchezza e il successo che hanno conseguito, tanto che in una delle riprese si sente la voce di Erminio che commenta con tono ingenuo: “Oh però! A Reggio Emilia fate i muratori  ma qui a Cutro ve la passate bene!”

La maggior parte di quelle 3,34 case per famiglia che ci sono a Cutro, di cui parla il prefetto di Crotone, sono oggi disabitate, perché Cutro continua ad essere vittima della sua “non storia”, come la definisce don Pietro, cioè una storia che dipende da altre storie in altri luoghi.

Che Reggio Emilia sia uno di questi luoghi, è evidente. Che a Cutro non ci sia quasi più oggi criminalità comune, come ci illustra il prefetto Tombesi, è una conseguenza di questa “non storia” che ha consegnato alle organizzazioni di ‘ndrangheta il compito di rimodellare a proprio piacimento il sistema di leggi familiari da rispettare e seguire, sostituendosi alla struttura patriarcale degli anni ’50 e continuando a non sapere chi è il Presidente della Repubblica o a non riconoscerlo.

“Nella casa di Nicolino Grande Aracri” dice la relazione che ha portato allo scioglimento del Comune, “egemone da sempre nella zona, transitavano imprenditori incensurati, medici, geometri, commercialisti, pronti a fornire il loro indispensabile e consapevole contributo, sintomo inequivocabile della subordinazione economica del territorio e degli apparati amministrativi”.

L’elenco delle cose che non vanno oggi a Cutro è impietoso e il prefetto le riassume in sedici punti finali che esplicitano il condizionamento della criminalità organizzata nella gestione dell’Ente. Da un lato ci sono “i collegamenti e le frequentazioni di componenti degli organi politici e degli apparati amministrativi con personaggi legati alla criminalità organizzata”, dall’altro “l’assenza quasi totale di attività di vigilanza e di controllo del territorio”. Questa assenza è il segno di un male speculare alla cultura mafiosa e forse peggiore: i cedimenti di chi quella cultura dovrebbe combatterla.

C’è una storia illuminante nel libro di don Pietro, che gli racconta un appuntato dei Carabinieri:

“Avvenne che una sera, ad un posto di blocco, sorprendo un tale con una pistola non denunciata. L’ho arrestato e l’ho portato a Crotone. La sera seguente stavo guardando un film al cinema quando sento un braccio appoggiarsi alla spalla e una voce che sussurra: Cumpare! Sono ancora qua. Mi vuoi arrestare ancora? E sento sulla guancia il freddo di una pistola. Riconosco il signore che ho arrestato la sera prima e un brivido mi percorre la schiena. Il giorno dopo ho chiesto immediatamente il trasferimento. Io a Cutro non voglio tornarci mai più!”

Don Pietro è stato parroco del mio paese, quando io ero adolescente, a San Maurizio di Reggio Emilia. Una frazione dove il 90% degli abitanti votava PCI e la maggior parte di loro non aveva tempo per andare a messa. Ma don Pietro non ha chiesto il trasferimento, non è scappato via come l’appuntato di Cutro. E a noi ragazzi ha sempre fatto del bene, insegnandoci cose buone e giuste.

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