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CORONAVIRUS BATTE AEMILIA: UDIENZE RINVIATE PER DUE SETTIMANE

L’udienza di martedì 3 marzo al processo d’appello di Aemilia, presso il carcere della Dozza di Bologna, forse non s’aveva da fare. Il buonsenso dice che stante l’attuale situazione nel paese, radunare nella stretta aula bunker del carcere oltre 150 persone tra avvocati, magistrati, imputati, praticanti, giornalisti e parti civili, era un tantino azzardato.

di Paolo Bonacini, giornalista

L’udienza di martedì 3 marzo al processo d’appello di Aemilia, presso il carcere della Dozza di Bologna, forse non s’aveva da fare. Il buonsenso dice che stante l’attuale situazione nel paese, radunare nella stretta aula bunker del carcere oltre 150 persone tra avvocati, magistrati, imputati, praticanti, giornalisti e parti civili, era un tantino azzardato. I Tribunali dell’Emilia Romagna portano affissi alle porte delle aule i cartelli che impongono ai presenti di rimanere ad almeno un metro di distanza l’uno dall’altro, ma rispettare la norma (ammesso che funzioni come prevenzione) è davvero difficile alla Dozza dove i lunghi banchi delle postazioni portano gli avvocati ad essere spalla a spalla con i vicini.  Come ulteriore misura preventiva in mattinata, all’ingresso della struttura, le guardie carcerarie facevano firmare ad ogni persona una sorta di autocertificazione in cui si attestava che: non ho la febbre, non ho sintomi di malattie respiratorie, non ho incontrato negli ultimi giorni persone colpite da Coronavirus, non sono stato in zone contagiate da Coronavirus, e via così. Tutti abbiamo firmato, ma tutti ci siamo chiesti che valore potesse avere quella certificazione.

La domanda l’ha posta infine in aula alla Corte l’avvocato Enrico Della Capanna del foro di Reggio Emilia: “E se poi qualcuno qua si ammala, o se ha già preso il Coronavirus e non lo sa?” A cosa vale in sostanza quel foglio firmato all’ingresso dal punto di vista legale? E soprattutto, a cosa vale dal punto di vista sanitario, se gli obbiettivi sono la tutela della salute e la prevenzione di possibili contagi?

La discussione che è seguita ha portato la Corte presieduta dal giudice Alberto Pederiali a sospendere le udienze che riprenderanno solo il 18 marzo, sperando che l’emergenza sia allora già alle spalle. Il problema è che ogni decisione in aula può essere presa solo dopo l’apertura formale dell’udienza che avviene con l’appello degli imputati e dei relativi legali difensori. Trattandosi di più di cento, i condannati in primo grado che hanno presentato ricorso, solo per fare questo appello sono state necessarie, nelle prime udienze ed anche oggi, tra l’ora e mezzo e le due ore di lavori.

Dunque dopo due ore di spalla a spalla i presenti hanno preso atto che è meglio non stare spalla a spalla visti i tempi che corrono.

Speriamo che le dichiarazioni all’ingresso fossero tutte veritiere e che il virus non ami le aule di giustizia…

Arrivederci a mercoledì 18 marzo.

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